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L’Écho du Labrador Canadien — documento d’archivio in facsimile.
Leggi il documento nella finestra modaleArchivi · Costa Nord · 1903–1905
I racconti dei primi Eudisti sulla Costa Nord: traversate, missioni e vita delle comunità all’inizio del XX secolo.
«Nessuna congregazione religiosa può costituirsi senza un’autorizzazione concessa da una legge che ne stabilisca le condizioni di funzionamento. Non potrà fondare nuovi istituti se non in virtù di un decreto deliberato dal Consiglio di Stato. Lo scioglimento della congregazione o la chiusura di qualsiasi istituto potranno essere disposti con decreto del Consiglio dei ministri.» (art. 13)
La Congregazione degli Eudisti non sarà «autorizzata» per ordine di Émile Combes(photo · Archivi degli Eudisti) presidente del Consiglio dei ministri.
Le personaggio
Le «padre Combes» — soprannominato così perché aveva studiato in seminario — era in realtà un medico. In qualità di ministro dei culti manifestò un forte anticlericalismo con le leggi del 1901 e del 1904 sulle associazioni e il divieto per le congregazioni religiose di insegnare. Furono chiuse 2.500 scuole private, ma alcune congregazioni rimasero autorizzate: le Piccole Sorelle dei Poveri, le religiose ospedaliere, i cistercensi, i trappisti, le contemplative e i missionari. Le congregazioni ormai vietate devono lasciare il territorio francese. Il governo decise di espellere le comunità che resistevano. Alcuni funzionari e ufficiali protestarono e talvolta si dimisero. Si profilava una grave crisi politica. Il governo Combes decise di epurare l’amministrazione e l’esercito e di favorire i repubblicani più fedeli. Combes dichiarò che la lotta contro la Chiesa rafforzava e glorificava la Repubblica. Assunse spesso atteggiamenti provocatori: per esempio, il 13 settembre 1903 inaugurò la statua di Ernest Renan ai piedi della cattedrale di Tréguier, all’ora della messa e sotto la protezione di seimila soldati.
Fonte: Wikipedia, Émile Combes
Davanti a duecento persone riunite ad Abbeville il 1º maggio 1903, padre Létendard decise di resistere fino alla prigione contro quell’ingiusta tirannia. Tuttavia, il padre Ange Le Doré (nella foto), superiore generale e uno dei principali protagonisti della lotta delle congregazioni, si aspettava che l’autorizzazione fosse negata. Decide quindi di salvare le opere educative, come il collegio diSaint-Martin di Rennes anche se il prezzo da pagare fosse cederli allo Stato e, per gli Eudisti, partire definitivamente.
Fotografia | Saint-Martin di Rennes · Archivi degli Eudisti
Le padre Gustave Blanche(nella foto), ex ufficiale all’origine delle prime fondazioni canadesi, compie due viaggi in Texas, a New Orleans, New York e Rimouski. Dal 1890 arrivano in Nuova Scozia i primi Eudisti. Dal 1903 padre Blanche assume la direzione dellaprefettura apostolica del Golfo di San Lorenzo. Come in Acadia, dove gli Eudisti sono già ben radicati, la Costa Nord diventa un nuovo territorio missionario per la Congregazione.
Fotografia | La corvetta di monsignor Blanche · Archivi degli Eudisti
Il missionario
Nacque il 30 aprile 1848 a Josselin, nella diocesi di Vannes, da Louis-Marie-Antoine Blanche e Marie-Caroline Hayard. A ventun anni fu chiamato alle armi allo scoppio della guerra del 1870. Nel 1873 entrò nel noviziato dei Padri Eudisti e fu ordinato sacerdote il 16 marzo 1878. Nel 1890 giunse in Nuova Scozia per fondare una missione e il collegio di Church Point. Richiamato in Francia nel 1899, vi fece ritorno nel 1902. Nel 1903 fu nominato prefetto apostolico del Golfo di San Lorenzo a Chicoutimi e nel 1905 vicario apostolico. Prima della nomina a prefetto era stato provinciale degli Eudisti.
Si stabilì a Pointe-aux-Esquimaux [Havre-Saint-Pierre]; nel 1906 si stabilì a Sept-Îles. Il 27 luglio 1916, mentre si trovava a Parigi, morì improvvisamente durante una riunione dell’assemblea generale della congregazione. L’anno seguente gli succedette monsignor Patrice Chiasson come vicario apostolico.
Fonte: Città di Baie-Comeau, Repertorio dei toponimi, 2011
Si tratta di Manicouagan, Rivière-Pentecôte, Sept-Îles, Rivière-au-Tonnerre, Magpie, Pointe-aux-Esquimaux e Natashquan. Hanno tra i 27 e i 55 anni. Tra loro troviamo:Joseph Robin, Arthur Rivest, Louis Héry, François Hersy, Joseph ed Étienne Gallix e Louis Garnier. Jean-Marie Conan e Auguste Brézel (foto), François Pétel e Auguste Tortellier morirono annegati e Jean Le Jollec morì in un incidente di caccia.
Fotografia | Partenza dei Padri · Archivi degli Eudisti
Fonte: Laperrière, Guy, Le avventure di padre Brézel nel 1904, p. 342
Canada (America), 17 febbraio 1904.
Nacque il 3 novembre 1868 a Fougères, nella regione dell’Ille-et-Vilaine e diocesi di Rennes, in Francia. A tredici anni fu ammesso al juvénat Saint-Louis di Plancoët (Côtes-du-Nord) e completò gli studi collegiali a Saint-Sauveur-de-Redon, vicino a Saint-Martin-de-Rennes. Nel 1888 entrò nel noviziato di Kerlois e poi in quello di La-Roche-du-Thiel, dove fu ordinato sacerdote il 18 giugno 1893. Scelse il Canada e fece parte del primo gruppo di Eudisti arrivato nel settembre 1903 a Saint-Eugène-de-Manicouagan (Vieux-Poste). Svolse il ministero in quella località e nelle stazioni vicine. Dotato per la pittura, decorò la cappella di Saint-Eugène. Completò la costruzione della chiesa e della canonica di Saint-Eugène e ricostruì la chiesa e la scuola di Bersimis.
Forse penserete che con una temperatura simile io sia costretto all’inattività: niente affatto. Svolgo il mio ministero come al solito; corro e cammino tra ghiaccio e neve come in piena primavera. Proprio in questa stagione ho tenuto la missione più interessante da quando sono arrivato nel continente americano. È durata ben tre settimane. In quel periodo ho attraversato boschi e montagne, fiumi e laghi, tra ghiacci e nevi: a volte a piedi, altre volte in slitta, trainata da cani o da cavalli. Di notte dormivo in una capanna fatta di tronchi; il mio materasso era costituito da rami di abete.
Morì a Bersimis il 7 dicembre 1911, sprofondando nel ghiaccio del fiume omonimo. Il corpo fu ritrovato il 9 maggio 1912 a Cap-au-Renard e sepolto a Pointe-au-Père.
Fonte: Città di Baie-Comeau, Repertorio dei toponimi, 2011
Fondato da padre Joseph Laizé, questo «bollettino mensile della Prefettura apostolica del Golfo di San Lorenzo» fu pubblicato dal 1903 al giugno 1905.
Qui sotto potete consultare l’esemplare originale e la trascrizione realizzata dalla Società storica della Costa Nord.
Archivi digitalizzati
Le due risorse, un tempo ospitate su SharePoint, sono ora conservate nei file del sito e si possono consultare senza accedere a Microsoft.
L’Écho du Labrador Canadien — documento d’archivio in facsimile.
Leggi il documento nella finestra modaleTrascrizione della Società storica della Costa Nord.
Leggi la trascrizione nella finestra modaleQuesto racconto dipadre Joseph Laizé, tratto da L’Écho du Labrador, narra il suo arrivo con padreLouis Nonorgues(nella foto) sulla Costa Nord del Québec.
Erano le undici di sera quando il piroscafo «King Edward», con a bordo tutto il nuovo personale della Prefettura apostolica, si fermò nella piccola baia in cui sfocia la timida Rivière-Pentecôte. Era notte fonda, il vento era contrario e il mare molto basso…
Fotografia | Rivière-Pentecôte · Archivi degli Eudisti
Usate il registratore per ascoltare il racconto letto daAlain Jourdain. Fate clic sul pulsante per ascoltarne un estratto.
Il missionario
Nacque a Parigné, vicino a Fougères, nell’Ille-et-Vilaine (Francia), il 17 agosto 1875. Entrò nella Congregazione degli Eudisti e arrivò in Canada con il primo gruppo; nel 1903 divenne parroco di Rivière-Pentecôte. Padre Nonorgues lo accompagnò e vi rimase fino al 1905. Appena arrivato, fondò il primo giornale della Costa Nord, L’Écho du Labrador: sei pagine stampate su comune carta da scrivere. L’ultimo numero uscì proprio quando partì, poiché nel 1905 padre Laizé fu inviato nel Nuovo Brunswick.
Fu mobilitato e tornò in Francia. Morì il 21 marzo 1940.
Fonte: Città di Baie-Comeau, Repertorio dei toponimi, 2011
Questo racconto dipadre Arthur Divet(nella foto), tratto da L’Écho du Labrador, narra il suo incontro con le famiglie di Natashquan.
Siamo arrivati qui lunedì mattina, 31 agosto, verso le otto e mezza. Non so se padre Gallix avesse inviato il telegramma che gli avevamo chiesto, ma nessuno era stato avvertito. Per fortuna c’erano alcune persone venute al «King» a prendere dei rifornimenti…
Fotografia | Natashquan, Québec, circa 1870 — Museo McCord MP-0000.1828.67
Usate il registratore per ascoltare il racconto letto daAlain Jourdain. Fate clic sul pulsante per ascoltarne un estratto.
Il missionario
Nacque il 14 novembre 1876 a Janzé, nell’Ille-et-Vilaine, in Francia. Entrò nella Congregazione degli Eudisti e, ancora giovane, arrivò in Canada con il primo gruppo sbarcato sulla Costa Nord nel settembre 1903. Fu subito inviato a Natashquan; dal 1904 al 1912 svolse il ministero a Sept-Îles, dal 1912 al 1915 a Rivière-Pentecôte e dal 1915 al 1916 di nuovo a Sept-Îles. Nel 1917 vi tornò con l’incarico di ricostruire la chiesa incendiata e vi rimase fino al 1936. Morì nel 1957 a Laval-des-Rapides.
Si diceva che avesse un carattere originale, un temperamento impetuoso e schietto, un cuore d’oro e uno spirito generoso. I suoi parrocchiani lo veneravano e sorridevano dei suoi scatti d’ira.
Fonte: Città di Baie-Comeau, Repertorio dei toponimi, 2011
07
Racconto missionario · Havre-Saint-Pierre
Questo racconto di padreFerdinand Pottier, tratto da L’Écho du Labrador, narra tra l’altro la visita di padre Blanche a Pointe-aux-Esquimaux, oggi Havre-Saint-Pierre.
«La Pointe aux Esquimaux assomiglia molto alla località di Sept-Îles. Di fronte a noi, a uno o due miglia, si trova l’isola del Havre, lunga tre o quattro chilometri, con rive di rocce calcaree ricoperte di betulle e abeti rossi. È un prezioso riparo dai venti meridionali.»
Padre Ferdinand-Marie-Victor Pottier · La Douro, fotografia: Scottish Built Ships
Il missionario
Nato il 21 novembre 1854 a Étrelles, vicino a Rennes, nell’Ille-et-Vilaine, entrò nella Congregazione degli Eudisti e fece parte del primo gruppo arrivato sulla Costa Nord nel settembre 1903. Fu assegnato a Havre-Saint-Pierre come parroco e vi rimase fino al 1905.
Tornò in Francia nel 1913 e vi morì il 20 gennaio 1925.
Fonte: Città di Baie-Comeau, Repertorio dei toponimi, 2011.
Questo racconto dipadre Louis Héry(nella foto), tratto da L’Écho du Labrador, narra la visita a Rivière-au-Tonnerre.
Good morning! We are well, thank you! — In risposta al vostro gentile invio, affinché si possa sentire ancora un’eco delle missioni della Prefettura del Golfo di San Lorenzo, ecco un breve messaggio che forse non farà molto rumore, benché arrivi da Rivière-au-Tonnerre…
Fotografia | Rivière-au-Tonnerre— Comune di Rivière-au-Tonnerre
Usate il registratore per ascoltare il racconto letto daAlain Jourdain. Fate clic sul pulsante per ascoltarne un estratto.
Il missionario
Louis-Marie Héry fu tra i primi missionari Eudisti inviati sulla Costa Nord nel 1903. Le fonti storiche lo collocano a Rivière-au-Tonnerre. Nel suo racconto, datato 2 ottobre 1903, narra l’arrivo del piroscafoKing Edwarde i primi passi dei missionari nella parrocchia.
Fonti: Museo della Costa Nord, collezione «Padri Eudisti»; Basile Babin, «I vicariati della Costa», Archivi degli Eudisti; L’Écho du Labrador, 2 ottobre 1903.
Questo racconto dipadre Louis Garnier(nella foto), tratto da L’Écho du Labrador, racconta il viaggio da Manicouagan a Pointe-aux-Outardes.
Manicouagan! Se sapeste che posto meraviglioso! Non credo che al mondo ci siano molti luoghi simili. È una piccola baia formata dal fiume Manicouagan, a circa un miglio al largo, di fronte alla nostra canonica. Non occorre che vi parli delle strade e dei marciapiedi: somigliano moltissimo a quelli di Pentecôte…
Fotografia | Fiume Manicouagan— Wikipedia
Usate il registratore per ascoltare il racconto letto daAlain Jourdain. Fate clic sul pulsante per ascoltarne un estratto.
Il missionario
Eudista, nacque a Javen, vicino a Fougères, il 21 agosto 1871. Fu ordinato sacerdote a Parigi il 22 settembre 1894. Dopo aver insegnato a Rennes e Redon, entrò nel gruppo di Eudisti sbarcati a Saint-Eugène-de-Manicouagan. Vi rimase però soltanto due anni, dal 1903 al 1905. In seguito fu economo al collegio di Church Point dal 1905 al 1907, vicario sull’isola di Anticosti dal 1907 al 1908, parroco di Natashquan dal 1908 al 1918 e di Rivière-au-Tonnerre dal 1918 al 1945; fu poi assistente a Baie-Comeau, dove scrisseDal cométique all’aereo.
Morì all’ospedale Saint-François-d’Assise di Québec il 6 maggio 1950, all’età di 79 anni. Lo scrittore Robert Parisé lo definì «il curato Labelle della Costa Nord».
Fonte: Città di Baie-Comeau, Repertorio dei toponimi, 2011
Il volume interessante del reverendo padre Louis Garnier,dal cométique all’aereoapre i nostri occhi su una storia ammirevole e quasi sconosciuta: quella dei primi missionari Eudisti. I nostri compatrioti potranno ammirare il quadro delle origini e dello sviluppo apostolico della Costa Nord.— N.-A. Labrie
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Per continuare · Costa Nord
Ritratti di missionari, racconti pubblicati suL’Écho du Labradore ricordi dei loro primi anni sulla Costa Nord.

Nato il 30 dicembre 1878 vicino a Coutances, arrivò sulla Costa Nord nel 1910. Svolse il ministero a Bersimis, Saint-Eugène-de-Manicouagan e Pointe-aux-Outardes, poi sull’isola di Anticosti e a Sept-Îles. Tornò in Francia nel 1929 e morì nel 1955.
Fonte biografica : Città di Baie-Comeau, Repertorio dei toponimi, 2011.

Missionario sulla Costa Nord dal 1912 al 1922, imparò rapidamente la lingua montagnaise e affiancò padre Étienne Régneault nelle missioni di Pentecôte e Port-Cartier-Ouest. Morì con altri dieci uomini sul lago Pasteur, nel novembre 1922.
Fonte biografica : Città di Baie-Comeau, Repertorio dei toponimi, 2011.

Nato in Bretagna nel 1870, fece parte del primo gruppo di Eudisti arrivato nel settembre 1903. Svolse il suo ministero a Havre-Saint-Pierre, sull’isola di Anticosti, a Sept-Îles e a Rivière-au-Tonnerre; tornò poi a Havre-Saint-Pierre, dove morì nel 1924.
Fonte biografica: Città di Baie-Comeau, Repertorio dei toponimi, 2011.

Nato nel 1883 nel Finistère, divenne missionario a Betsiamites nel 1910. Nel 1913, mentre andava a caccia dopo aver saputo dell’avvistamento di uno stormo di pernici, morì per un colpo d’arma da fuoco partito accidentalmente.
Fonte biografica: Louis Garnier, Du cométique à l’avion.
10
Questo racconto di padre Pierre-Marie Brochard narra il viaggio di Florida e Rosanna Hébert, di dodici e tredici anni, di Joséphine Petitpas, di sette anni, e della sorella maggiore Elvine.


E proseguivano il cammino, a volte lungo la riva, dove le onde si spegnevano dolcemente ai loro piedi con splendidi riflessi di sole, altre volte correndo e svolazzando alla ricerca di rare campanule blu, mentre la brezza giocava tra i loro capelli…
Fotografia | Sept-Îles, foresta in estate· Archivi degli Eudisti

Erano partite lungo il «Chemin du Roi», che segue la costa, per raccogliere bacche, tutte felici della splendida passeggiata che le attendeva: tre bambine — le cugine Florida e Rosanna Hébert, di dodici e tredici anni, e Joséphine Petitpas, di sette — accompagnate dalla sorella maggiore Elvine Petitpas, responsabile della comitiva.
Portavano cappelli di paglia e vestiti bianchi; ognuna aveva in mano un piccolo secchio rosso e un cestino con il pranzo da consumare sull’erba tra i ginepri nani. «Mi raccomando, comportatevi bene e tornate presto», avevano detto le mamme. «Sì, mamma, alle tre vedrete quanto abbiamo raccolto».
Camminavano ora lungo la riva, dove le onde si spegnevano dolcemente ai loro piedi scintillando al sole, ora correvano e svolazzavano alla ricerca di rare campanule blu, mentre la brezza giocava tra i capelli. «Voglio fare un mazzo di fiori per la Madonna», disse Rosanna. «Io per sant’Antonio», aggiunse Joséphine. «Andiamo, sbrigati, Phine. Sai che la mamma non vuole che tu vada nel bosco. E se ti perdessi?», le disse la sorella.
«Sorella, guarda quanti ne ho!» esclamò. Avrebbe voluto riempire con i fiori le due fette di pane imburrato. «E per non perdere la strada, conterò i pali del telegrafo da casa nostra. Sei, sette, otto, nove… mi confondo, non ricordo più la tabellina!» Poi prese Rosanna per mano e camminò al suo fianco chiacchierando senza sosta, mentre Elvine raccontava a Florida le meraviglie della grande città di Québec, da cui era tornata con l’ultimo piroscafo.
Avevano già oltrepassato Pointe-aux-Basques. «La Boule» appariva più vicina, con la sua grande massa grigia e la cima spoglia, mentre in basso crescevano abeti e betulle. Le quattro salirono il pendio: era il momento di raccogliere! Spiccarono i frutti dell’atoca, più grandi e rossi di quelli che tappezzavano la sabbia, ma simili alle «bacche di hour» della loro terra. Il pensiero delle buone torte che avrebbero gustato a cena, e del resto dei frutti che si sarebbero trasformati in eccellente marmellata, con il loro odore aspro addolcito dallo zucchero, le spinse a lavorare in silenzio e più in fretta. Le manine correvano sotto i rami e i secchi si riempivano rapidamente.
«I cavalli! Bambine, i cavalli!» gridò all’improvviso Elvine. Le raccoglitrici si rizzarono e fuggirono in fretta, portando con sé le provviste. Da dietro un boschetto di ontani sbucarono davvero alcuni cavalli liberi. Avanzavano lentamente, serrati in fila, senza badare ai timidi gesti con cui le bambine cercavano di fermarli; venivano verso di loro. Spaventate, le bambine raggiunsero il sentiero del «portage» e vi si rifugiarono. I cavalli sembravano seguirle. «Piccole, venite nel bosco!» disse Elvine, impaurita. Si precipitarono tra gli abeti fitti e rimasero lì per un po’, tremanti e in silenzio, con l’orecchio teso. Credendo che i cavalli fossero vicinissimi, per evitarli si incamminarono lungo il margine del bosco: «Sept-Îles è davanti a noi; sbrighiamoci a tornare». Avanzavano in fila indiana tra morbidi tappeti di muschio e licheni argentati che quasi non cedevano sotto i loro passi, badando che i rami non rovesciassero il raccolto e non impigliassero i vestiti. I raggi del sole le guidavano.
Al di là della pianura si vedevano le case; presto sarebbero arrivate e continuavano a camminare, mettendo i piedi nelle orme l’una dell’altra per non separarsi. All’improvviso, dopo un boschetto più fitto, Elvine si fermò e guardò intorno. Il sole pareva essersi spostato; i raggi obliqui erano più rossi e si staccavano dagli alberi, ormai prossimi a scomparire. Senza fiato, osservò il piccolo gruppo. «Dimmi, sorella, dove siamo? Vedi la casa di papà?» chiese Joséphine. Elvine lesse nei loro occhi interrogativi l’angoscia che sentiva dentro. Guardò smarrita gli alberi intorno, senza sapere cosa rispondere, e tacque. «Guardate laggiù, c’è un palo del telegrafo!» osservò Florida. Tutte andarono da quella parte, ma presto capirono di essersi sbagliate: era una betulla secca. Non sapevano più quale direzione prendere. Si erano perse nell’immensa foresta. La luce del sole calava e scompariva. Arrivò il crepuscolo, poi la notte. Le bambine ripresero a camminare strette l’una all’altra, in silenzio, rabbrividendo ai richiami degli scoiattoli e al fruscio delle foglie che cadevano.
Infine un piccolo lago sbarrò loro il passaggio. Lo costeggiarono fino alla sorgente, avanzando nell’erba alta. Per calmare la fame mangiarono l’ultimo pezzo di pane rimasto nel cestino insieme alle bacche raccolte.
Elvine comprese tutta la responsabilità che le gravava addosso e disse: «Bambine, preghiamo e poi dormiremo tranquille; domani il buon Dio ci riporterà a casa». «Ho proprio una sant’Anna in tasca», disse Florida. «E io ho sant’Antonio», aggiunse Joséphine; «dovrà pur riportarci dalla mamma, altrimenti lo metterò in castigo!» La loro preghiera salì dritta al cielo. Poi si strinsero intorno alla sorella maggiore; i due cagnolini che avevano portato con sé si sdraiarono ai loro piedi per tenerle al caldo.
Il sonno stava già chiudendo le loro palpebre… «Ho paura!» gridò all’improvviso la piccola Hébert, tra i singhiozzi. «Allora canterò un inno e voi risponderete dopo di me…» La voce di Elvine si levò nell’aria, pura e tremante nel grande silenzio del bosco. Le bambine ripeterono il ritornello sempre più piano, finché chiusero gli occhi e la paura svanì, portata via da un dolce sogno…
Intanto, a Sept-Îles, la campana suonava con note squillanti dal campanile a giorno. Con voce malinconica aveva annunciato a tutto il villaggio la triste notizia e ora gridava alle bambine smarrite: «Piccole, tornate presto a consolare le vostre mamme che vi cercano! Non indugiate! Non sentite i miei richiami insistenti?» Il padre continuava a suonare, mentre gli uomini armati di fucile perlustravano i cespugli e chiamavano a gran voce. Ma tutto fu inutile. A notte fonda la campana tacque, gli uomini rientrarono e quella notte fu lunga e triste per i poveri genitori.
La mattina seguente tutto il villaggio era in agitazione. Nessuna barca era uscita; tutti gli uomini erano tornati nel bosco. Tre colpi di fucile erano il segnale convenuto per ritrovarsi.
Andiamo a trovare le due famiglie; le madri sono uno strazio da vedere. Partiamo per cercare le bambine, rischiando di perderci a nostra volta. È passato mezzogiorno e sono stati ritrovati soltanto i due cagnolini. I sentieri sono stati percorsi più volte, ma niente! Come si era tristi davanti a tanta incertezza! Possibile che una disgrazia gettasse il villaggio nella costernazione? La paura si leggeva sul volto delle donne affacciate, che scrutavano oltre le staccionate e interrogavano ogni uomo al suo ritorno. Ci supplicarono di andare di nuovo da una delle povere madri. Il mio confratello andò da lei. Che cosa si può dire di una visita simile?…
«Figlie mie, figlie mie. La piccola è morta, lo so», ripeteva senza sosta tra i singhiozzi. «Ho visto degli uomini riportarla… Non vogliono restituirmela!» Passavano le ore e nessuno aveva sentito il segnale convenuto. Allora riponemmo ogni fiducia nel cielo: radunammo in chiesa tutti i bambini della località e recitammo insieme il rosario, invocando sant’Anna, san Giuseppe e sant’Antonio con le suppliche più pure, perché ci restituissero le compagne smarrite.
Era una buona idea: fummo esauditi! Ben presto risuonò in lontananza uno sparo. Dal nord… poi due… tre. Era il segnale: le avevano ritrovate! I tre colpi liberatori si ripeterono in lontananza, portando la buona notizia ai cercatori esausti. Attaccarono in fretta un cavallo alla carrozza e corsero incontro alle bambine. La campana suonò a distesa per annunciare la gioia di tutti.
Alle quattro finalmente arrivarono sorridenti, sane e salve, in mezzo a un corteo festoso, e furono riconsegnate alla madre. Raccontarono allora la loro straordinaria marcia nel bosco: il falso richiamo della campana che le aveva spinte più a nord, le paludi che avevano dovuto attraversare sprofondandovi fino alla vita, e la fiducia in sant’Antonio, che avevano pregato tante volte davanti alla sua statuetta. Ascoltando il loro racconto e sapendo che il soccorritore era stato improvvisamente ispirato a prendere una strada insolita, a cui nessuno in paese aveva pensato, che lo aveva condotto direttamente da loro mentre erano ferme in silenzio in un boschetto, e confrontando l’ora della nostra preghiera con quella del loro ritrovamento, non potevamo che concludere che il cielo fosse intervenuto in loro favore. La sera, con tutto il villaggio riunito, cantammo un Te Deum di ringraziamento, mentre luci abbaglianti illuminavano sant’Antonio, che sembrava sorridere alla commozione e alla gioia dei nostri cuori.
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Questo racconto di padre Louis Garnier, tratto daL’Écho du Labrador, narra un ingresso trionfale a Manicouagan.


Immaginate: giovedì scorso io e un confratello decidemmo di fare una passeggiata nel bosco. Il padre tornava da una missione piena di avventure e notti insonni, durante la quale aveva dovuto trascorrere un’altra notte in mare…
Fotografia | Fiume Manicouagan · Wikipedia

Immaginate: giovedì scorso io e un confratello avemmo voglia di fare una passeggiata nel bosco. Il padre tornava da una missione piena di avventure e notti insonni, durante la quale aveva trascorso un’altra notte in mare. Io, invece, ero rimasto a letto per più di otto giorni per curarmi un raffreddore. Insomma, entrambi volevamo respirare aria fresca e goderci la libertà. Partimmo senza dire a nessuno dove saremmo andati; del resto, nemmeno noi avevamo un itinerario preciso.
La giornata era splendida e nel bosco non c’erano zanzare. A quanto si diceva, gli orsi si erano allontanati. Era una giornata perfetta per una passeggiata. Bisogna riconoscere che il bosco ha il suo fascino.
All’inizio ci si aprì davanti un vero sentiero, quello che qui chiamano «portage» e che conduce ai campi di disboscamento invernali. Era stato allargato da poco ed era abbastanza praticabile per due uomini disposti al sacrificio di non camminare affiancati. Ma che varietà, a sinistra, a destra, davanti a noi! Dappertutto alberi di varie dimensioni e forme. Lungo il sentiero si vedevano solo lamponi, ancora verdi nonostante le gelate dei giorni precedenti, e piante di fragole già ingiallite ma promettenti per la primavera successiva. E poi tanti ruscelli, cascate e dolci mormorii!
Che bella regione! Di meraviglia in meraviglia arrivammo al primo campo, poi al secondo e infine a un fiume dove giacevano numerose ostriche perlifere. Che fortuna sarebbe stata trovare una perla! Cercammo per qualche minuto, ma forse non sarebbe bastato nemmeno un giorno intero per arricchirci.
Proseguimmo ancora. Per cinque volte proposi al mio compagno di tornare indietro. Le religiose si sarebbero preoccupate non vedendoci arrivare per la preghiera delle cinque e la cena che la seguiva.
Ma il bosco era ancora lì, magnifico in quella giornata che sembrava fatta apposta per noi. Proprio allora vedemmo involarsi una pernice…
Infine, verso le quattro e mezza decidemmo di tornare sui nostri passi. Eravamo ancora più allegri che all’andata, chiacchieravamo di tutto un po’ e camminavamo di buon passo. Le tre o quattro leghe da percorrere ci sembravano poca cosa e già ci trovavamo a un miglio dalla nostra «città» quando… (Quale sorpresa!) A una svolta apparvero tre uomini che dissero: «Eccoli!» e, senza aggiungere altro, si misero a sparare in aria: erano armati di fucile!
Ancora non capivo, e nemmeno il mio confratello; o forse capivo fin troppo bene. Compresi meglio quando vidi arrivare di corsa almeno altri venti uomini. Non occorre dire quale impressione mi fece quel ritorno trionfale: chiesi mille scuse, poi risi e feci ridere quei bravi uomini… anche se dentro di me imprecavo! Intanto gli spari echeggiavano da ogni parte e la campanella della cappella cercava di farsi sentire fino agli angoli più remoti della foresta, dove tutti ci credevano smarriti. La segheria fischiava come nei giorni di festa. Manicouagan era in subbuglio. Gli uomini avevano abbandonato le cene fumanti e, come seppi in seguito, le donne facevano voti, recitavano novene e promettevano preghiere per il ritorno dei loro padri. Non era una disgrazia? Avevano appena perso un sacerdote amato e ora i suoi due sostituti si erano smarriti nel bosco, esponendosi ai denti spietati degli orsi e di altre bestie! Ci penso ancora.
Quando entrammo in canonica erano le sei e mezza, o meglio le sei e un quarto secondo l’orologio del confratello, che quella sera, purtroppo, era ancora regolato sull’ora di Pointe-aux-Outardes. Speriamo di comportarci meglio la prossima volta… Non ci metterei però la mano sul fuoco.
— L. Garnier · Fonte:L’Écho du Labrador, trascrizione della Società storica della Costa Nord.
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Questo racconto di padre Arthur Divet, tratto daL’Écho du Labrador, narra la visita a Baia Piaster (Baie-Johan-Beetz) per un matrimonio e la sorpresa di incontrare il prefetto apostolico, monsignor Blanche.


A Baia Piaster ci sono soltanto otto famiglie, tutte imparentate tra loro. Qui un giovane belga, il signor Beetz, agente di una grande casa di pellicce parigina, ha stabilito la propria residenza per dedicarsi interamente ai piaceri della pesca e della caccia…
Fotografia | Baie-Johan-Beetz · Wikipedia
Lasciai Natashquan il 2 ottobre alle undici del mattino. Aguanis, la località più vicina affidata alle nostre cure, dista dodici miglia. Sbarcai alle tre del pomeriggio. Quindici giorni prima padre Pihan, partito alle tre del pomeriggio, era riuscito ad arrivarci soltanto alle cinque e mezza del mattino seguente. Questione di venti! Lascio a quel caro confratello il compito di raccontarvi questa missione.
Mi fermai troppo poco per conoscere il luogo, anche solo superficialmente. La domenica mattina alle nove fui costretto a ripartire per la seconda tappa del ministero, Baia Piaster, a più di trenta miglia da Aguanis.
Il tempo era bello e il mare calmo, proprio come a «Faus», ma purtroppo il vento non era abbastanza forte da farci compiere quel lungo tragitto prima di notte. Alle sei di sera i miei due uomini gettarono l’ancora vicino all’isola «Mascadin» e dormimmo nella cabina della barca. Oh, quella cabina! È difficile dormire lì, con la stufa rovente dopo aver fumato per quasi due ore!
Non si viaggia tutti i giorni in barca; bisogna pur che la vita missionaria ci faccia guadagnare qualche piccolo merito.
Alle tre del mattino lasciammo il porto e tornammo in mare aperto. Questa volta c’era vento, forse anche troppo! Nella cuccetta venivo sballottato come in un cesto. Ben presto fui colto da un terribile mal di mare. Soffrii ancora di più perché, durante tutto il viaggio, il mio stomaco provato aveva dovuto accontentarsi di cinque o sei sardine sott’olio.
Alle otto e mezza misi piede sugli scogli di Baia Piaster e tutto finì! Mi riposai fino alle dieci nella stanza preparata per me; alle dieci e mezza potei celebrare il matrimonio che mi aveva condotto lì e dire la messa.
A Baia Piaster ci sono soltanto otto famiglie, tutte imparentate tra loro. Qui un giovane belga, il signor Beetz, agente di una grande casa di pellicce parigina, ha stabilito la propria residenza per dedicarsi interamente ai piaceri della pesca e della caccia. Questo intrepido cacciatore ha fatto costruire vicino alla costa una graziosa villetta, dove, insieme alla gentile signora Beetz, offre al missionario un’accoglienza molto cordiale.
Durante il soggiorno a Baia Piaster fui loro ospite. Quando arrivai, lunedì mattina, il signor e la signora Beetz non erano ancora tornati dal viaggio in Europa che facevano ogni due anni.
Rientrarono soltanto mercoledì mattina a bordo del «King Edward». Ero andato loro incontro su una barca, sapendo che sul piroscafo doveva esserci anche il reverendissimo padre Blanche.
Quale non fu la sorpresa di monsignor prefetto apostolico nel vedermi salire a bordo, con gli stivali da pescatore e il volto coperto da una barba nera come il pelo degli orsi del Labrador! Lui e padre Pottier, che lo accompagnava da Pointe-aux-Esquimaux, si piegavano dalle risate. Chiacchierai con loro mentre scaricavano i bagagli, poi tornai alla mia missione.
Rimasi lì fino a sabato mattina e approfittai del tempo per tenere gli esercizi della missione, seguiti con grande assiduità; ne fui molto edificato. Nel frattempo pescavo trote ai piedi di una cascata alta cinquanta metri e andavo a caccia di cavalieri d’Italia. Quanto alle anatre, colpii in volo un tarabuso, che cadde tra i giunchi; gli uomini che mi accompagnavano in canoa (!!) non riuscirono a recuperarlo… Dannato tarabuso!
Dimenticavo di dirvi che durante il soggiorno a Baia Piaster vidi delle volpi nere, la cui pelliccia vale — lo sapete — da 700 a 800 dollari (da 3.500 a 4.000 franchi). Il signor Beetz ne alleva sette magnifiche in enormi gabbie. Possiede anche un orso nero catturato in una trappola. Vidi il signor Beetz rientrare da una battuta di caccia dopo tre ore, con quarantuno prede: anatre, moniacs, selvaggina nera, oche canadesi e altro ancora. Se solo riuscissi ad abbatterne un decimo…
Conclusi infine il mio viaggio con una visita di cinque giorni a Pointe-aux-Esquimaux, ospite di padre Pottier. L’accoglienza è davvero calorosa e sono ancora confuso per le premurose attenzioni dei due residenti.
Al mio ritorno a Natashquan, padre Pihan si preparava a riprendere il «servizio rapido» per Aguanis in occasione di un matrimonio. Si può supporre che questa seconda navigazione sia andata meglio della prima: la voce pubblica non ne ha ancora parlato…
— A. Divet · Fonte:L’Écho du Labrador, trascrizione della Società storica della Costa Nord.
Ritratto · Baie-Johan-Beetz
Johan Beetz (1874–1949), naturalista belga, si stabilì a Piashti-Baie nel 1897. Studiò la fauna e la flora locali, avviò l’allevamento delle volpi e contribuì a proteggere il villaggio durante l’epidemia di influenza spagnola del 1918.
Johan Beetz nacque nel castello di Oudenhouven, a Boortmeerbeek, in Belgio, il 19 agosto 1874. Era figlio di Johannes Beetz e di Céline Verzyl, avvocata. Johannes morì quando il figlio aveva due anni. Céline Verzyl si risposò con un maggiore inglese, Walter Turner.
In gioventù visitò il Marocco, l’Algeria e il Congo per praticare la caccia. Partecipò a scavi archeologici e studiò medicina e biologia.
Imparò la caccia dal suo precettore, il dottor Strauss, e l’allevamento dal patrigno, attraverso un’impresa commerciale di piscicoltura.
La sua fidanzata e cugina, Marthe Verzÿl, morì di polmonite.
Dopo la morte della fidanzata, nel 1897 acquistò la casa del signor Werner, un belga che aveva vissuto in Canada. La casa si trova a Pashti-Baie, un piccolo villaggio sulla Costa Nord, in Québec.
A Pashti-Baie cacciava e pescava, studiando al contempo l’ambiente, in particolare insieme ai Montagnais. Nel 1898 sposò Adéla Tanguay, una giovane del luogo. Il 13 agosto 1899 nacque il loro figlio Jean. Nello stesso anno fu costruita la casa, oggi classificata come edificio storico dal governo del Québec.
Preoccupato per la precarietà dei cacciatori di pellicce, durante un viaggio a Parigi decise di aggirare l’onnipresente Compagnia della Baia di Hudson e incontrò i fratelli Revillon, commercianti di pellicce, per avviare un commercio più diretto delle pelli. Divenne capo acquirente per un territorio che andava da Mingan a Saint-Augustin.
Negli anni successivi Johan Beetz si dedicò all’allevamento delle volpi. Dal 1903 al 1913 fu il responsabile dell’ufficio postale del villaggio. Studiò la fauna e la flora. Nel 1916 pubblicò anche un articolo sull’edredone nella rivistaThe Auknel 1916. Le sue conoscenze mediche permisero di risparmiare Pashti-Baie nel 1918, mentre l’influenza spagnola devastava il mondo. Mise il villaggio in quarantena, contribuendo probabilmente a salvare delle vite.
Nel 1922 Johan e la sua famiglia si trasferirono a Saint-Laurent, Montréal. Beetz continuò ad allevare volpi per venderne le pellicce. Due anni dopo fu nominato cavaliere dell’Ordine di Leopoldo II.
La crisi del 1929 ebbe ripercussioni sulle finanze di Johan Beetz. Nel 1930 divenne direttore del servizio provinciale per l’allevamento di animali da pelliccia, a Québec. Nel 1932 partecipò alla fondazione del Giardino zoologico di Charlesbourg, poi Giardino zoologico di Québec. Nel 1936 l’Università di Montréal gli conferì il dottorato in scienze.
Morì a Québec il 26 marzo 1949. È sepolto nel cimitero Notre-Dame-de-Belmont, a Québec.
È il nonno di Jean Beetz (1927–1991), giudice della Corte suprema del Canada dal 1974 al 1988.
Fonte: scheda biografica «Johan Beetz (1874–1949)», Wikipedia.
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Questo racconto di padre Julien Hoëllard, tratto daL’Écho du Labrador, testimonia la vita degli Innu e dei primi coloni sulla Costa Nord.


Un tempo viveva liberamente in questo vasto territorio una popolazione che i romanzi chiamavano «Pellerossa», e che tanti bambini bianchi, come me, sognavano nei libri di cui vi ho parlato. Questa popolazione si estingue man mano che le foreste cadono e avanza la civiltà…
Fotografia | Signoria del Tritone
Nel suo racconto Hoëllard descrive le foreste, i fiumi e i laghi del Canada nord-orientale, poi mette a confronto lo stile di vita dei popoli indigeni con quello dei coloni francofoni. Il testo testimonia anche la visione assimilazionista dell’epoca. Una nota biografica ripercorre la sua vita: nato in Bretagna nel 1877, entrò negli Eudisti nel 1901 e fu ordinato sacerdote nel 1903. Insegnò in Canada, tornò in Francia e fu mobilitato durante la Prima guerra mondiale. Morì nel 1921.
Fonti: Archivi degli Eudisti; trascrizione della Società storica della Costa Nord.
È curioso e confortante per i cuori francesi constatare con quale ammirevole fedeltà ai costumi, alle tradizioni e alla lingua l’antica colonia del Canada sia rimasta legata alla madrepatria, nonostante quasi un secolo e mezzo di separazione.
Qualunque cosa si sia fatta e si faccia ancora, qui ritroviamo sempre un’altra Francia, la Francia «d’oltremare». Mostrare che cosa sono diventati, in questo vasto paese che Voltaire chiamava con disprezzo «pochi acri di neve», i discendenti dei contadini delle antiche province di Bretagna e Normandia sarebbe una prova eloquente dell’energia, della vitalità e della capacità di sviluppo del popolo francese.
I nostri antichi coloni potevano forse non affezionarsi a questa terra? È davvero bella, anche se non è selvaggia quanto la immaginavamo leggendo i romanzi da bambini. Fiumi abbondanti, che qua e là si allargano in specchi d’acqua, attraversano le fitte foreste come una rete di vene; l’intreccio di acqua e alberi ha un fascino di solitudine senza pari. Gli alberi sono magnifici e straordinariamente numerosi: tigli, aceri, robusti frassini, ciliegi selvatici rossastri, mescolati ai pini e agli abeti rossi che crescono rigogliosi. Sono lì da secoli, abituati a crescere insieme al punto che non se ne può isolare uno senza farlo morire. Le loro enormi radici penetrano nel terreno e lo trattengono come mani avide su un tesoro.
Gli scoiattoli saltano tra i rami; talvolta un caribù spaventato fugge nel sottobosco, oppure ai margini del bosco svolazza l’usignolo canadese. Qua e là è passato un incendio e gli alberi, morti tra le fiamme, sono diventati scheletri color ossa annerite, che rattristano il paesaggio. A volte si estendono per chilometri e chilometri: sembrano un immenso cimitero, un’interminabile via romana o una necropoli dalle strade senza fine.
Tra gli alberi, vivi o morti, le acque scorrono o si acquietano. A volte trasportano tronchi abbattuti, altre costeggiano tratti di foresta immobile e mutevole, del colore del cielo, dello spazio e della luce, solcati da riflessi e frequentati da anatre e martin pescatori dal piumaggio brillante. Come descrivere il mistero di questi laghi nascosti nel silenzio della solitudine? Ognuno ha un colore e una forma da cui prende il nome: ci sono laghi Blu, laghi Neri, laghi Verdi e laghi Rotondi, ciascuno con il proprio carattere e la propria individualità. Qui, più che altrove, si comprendono gli antichi miti e le leggende di ninfe e driadi: quanto più la natura è primitiva, tanto più sembra avere una personalità, un’anima e un corpo… A volte una fattoria isolata si confonde nel paesaggio e quasi non la si nota. Qui l’uomo è ancora raro: la terra appartiene agli animali, agli alberi, alle rocce e alle acque. La natura incontaminata trionfa in pace e trasmette la propria serenità; si ascolta, si tace e ci si fonde nello spazio in cui si è soli.
Un tempo viveva liberamente in questo vasto territorio una popolazione che i romanzi chiamavano «Pellerossa» e che tanti bambini bianchi, come me, sognavano nei libri di cui vi ho parlato. Questa popolazione si estingue man mano che le foreste cadono e avanza la civiltà. Erano nomadi e cacciatori, e volevano continuare a vivere così; non volevano diventare agricoltori sedentari. Gli sottraggono la selvaggina, li confinano e impongono loro leggi. Ne muoiono… Ogni anno il governo canadese, che cerca di trattarli con umanità, distribuisce loro coperte; loro vi si avvolgono per morire e il loro numero continua a diminuire.
Si dice che ne rimangano ancora alcuni in un villaggio vicino a Montréal, che un tempo fu loro concesso con un decreto di Luigi XIV. Ma sono talmente meticci che il colore della pelle quasi non li distingue.
Sono cristiani cattolici e coltivano i campi; conservano ben poco delle antiche usanze. Ma quelli che il narratore definisce i «veri» abitanti dei wigwam, dei tomahawk, dello scalpo e dei mocassini stanno scomparendo. Ancora poche generazioni e sarà finita. Eppure, scrive, era una popolazione nobile, coraggiosa e fiera, che si era sviluppata liberamente in questa terra e che i francesi trovarono insediata quando nel 1608, guidati da Samuel de Champlain, entrarono nell’estuario del San Lorenzo.
Gli ultimi rappresentanti di quella popolazione vivono sotto tende di pelli o di tela grezza; alle armi da caccia hanno aggiunto vecchi fucili lasciati dai conquistatori. I cavalli veloci, le canoe di corteccia e le racchette da neve sono i loro soli mezzi di trasporto nelle pianure e nei boschi in cui sono stati confinati.
I veri abitanti di oggi, secondo l’autore, sono i coloni, discendenti dei contadini francesi rimasti nella provincia di Québec dopo la conquista inglese. Allora erano 70.000; oggi sono quasi due milioni, senza contare il milione di emigranti partiti per cercare una vita più facile negli Stati Uniti.
Quale storia gloriosa di resistenza e fedeltà! I poveri rimasero mentre i ricchi tornarono in patria; circondati da inglesi molto più numerosi e detentori dell’amministrazione, a lungo trattati con ostile diffidenza, riuscirono tuttavia a conservare fede, lingua e costumi. Un clero ammirevole li sostenne nelle difficoltà. Si raccolsero intorno alla Chiesa come attorno a una bandiera.
Non credo esista al mondo un esempio più straordinario di persistenza del sentimento nazionale, che in quelle circostanze si confondeva con la fede. Si racconta che in alcune regioni dell’antica Polonia i contadini restino cattolici soprattutto per rimanere polacchi; se abbandonano le pratiche religiose ancestrali, gli amici dicono: «Allora non sei più dei nostri!» Immagino che per i franco-canadesi sia stato più o meno lo stesso. Per loro la Chiesa doveva essere il luogo sacro in cui custodire fede, tradizioni, costumi, lingua degli antenati e tutto il nobile patrimonio conservato intatto al di là dei mari, nonostante il tempo e la distanza: così oggi sono ancora normanni, bretoni e francesi come ai tempi di Champlain e Montcalm.
— J. Hoëllard
Fonte:L’Écho du Labrador, trascrizione della Società storica della Costa Nord.
Julien Hoëllard nacque a Elven, nel Morbihan, il 10 aprile 1877. Studiò al juvénat di Plancoët e a Saint-Martin nel 1896–1897, poi completò gli studi teologici a La Roche-du-Theil nel 1898. Entrò nella Congregazione degli Eudisti nel 1901 e fu ordinato sacerdote a Rennes il 6 giugno 1903.
Si recò in Canada e nel 1903 insegnò retorica a Valleyfield. La nota biografica riporta poi il suo rientro in Francia nel 1904 come segretario del superiore generale, quindi incarichi d’insegnamento a Chicoutimi dal 1906 e a Pointe-à-l’Église, in Nuova Scozia, nel 1910.
Mobilitato in Francia nel 1914, tornò a Plancoët nel 1919 e vi morì il 22 giugno 1921, all’età di 44 anni.
Fonte: Archivi degli Eudisti.
Uscii l’altra sera, stanco dopo la lezione,
per contemplare la pianura immensa, prima di notte.
Nel suo manto bianco dormiva senza rumore.
Il cielo era d’un azzurro d’acciaio, vivo e gelido,
Guardavo passare, lungo il cammino infinito
che il gesto di Dio seminò di fiori senza numero,
la Luna, dolce fiaccola nella dolce penombra,
che una mano invisibile conduce lentamente.
Dappertutto un freddo silenzio… Un’oca selvatica
volava alta, col collo teso, sola nel cielo.
Solo un turbine di fiocchi pallidi turbava
la grande quiete muta del paesaggio innevato.
Poi guardai il Nord, assorto nei miei pensieri. D’improvviso,
con la brezza che si levava, credetti di udire
l’eco ingenua di un canto tenerissimo
cantato sul «Labrador», su un monte lontano.
Con voce sottile
l’Écho diceva — capii bene —:
«Nevica, gela,
e il fiume è tutto preso dal ghiaccio,
ma io, con la mia ala,
posso unire in fraterna amicizia
paesi tutti grigi…»
Con voce dolce
l’Écho diceva ancora, mi pare:
«Anche se l’inverno ci fa tossire,
andrò a cantare nei venti gelidi
come nelle loro case anguste
i missionari Eudisti
sanno sempre, senza rattristarsi,
portare con Dio la loro croce.»
Con voce limpida
l’Écho diceva, ricordo:
«Nell’immensità solitaria,
sulle rive del Golfo da cui provengo,
dove, nella sua povera canonica,
anche circondato da buoni cristiani,
il missionario Eudista sarebbe triste
se i suoi confratelli lo dimenticassero…»
Con voce sottile
l’Écho diceva — capii bene —:
«Nevica, gela,
e il fiume è tutto preso dal ghiaccio,
ma io, con la mia ala,
posso unire in fraterna amicizia
paesi tutti grigi…»
Dissi piano: «Écho che ci arrivi
così festoso da rive lontane,
fragile Écho, se vuoi
unire in fraterna amicizia
prendi sulla tua ala
i miei auguri.»
La Luna, dolce fiaccola nella dolce penombra,
che una mano invisibile conduce lentamente,
tranquilla, percorreva ancora l’immenso cammino
che il gesto di Dio seminò di fiori senza numero.
— J. Hoëllard
Fonte:L’Écho du Labrador, trascrizione della Società storica della Costa Nord.
Ricordo della partenza · 1903
Julien Hoëllard racconta la partenza degli Eudisti da Parigi verso la Costa Nord.
Parigi comincia a svegliarsi. Al trotto dei suoi robusti cavalli, il cocchiere ci conduce con mano esperta lungo il boulevard Saint-Michel, passando per il Louvre e l’avenue de l’Opéra, fino alla stazione Saint-Lazare.
Le otto e un quarto! L’omnibus avanza pesantemente nel cortile d’ingresso. Sistemiamo bauli e valigie sul tetto. È tutto pronto per la partenza. Salutiamo i confratelli della casa generalizia, le cui premurose attenzioni hanno dato un calore familiare alle nostre ultime ore in Francia. Sorridiamo… forse per nascondere l’emozione che dal cuore sale agli occhi. I millantatori possono dire quel che vogliono: non si lascia mai senza vero dolore la propria patria, tanto amata, per partire verso l’esilio — anche quando, come nel nostro caso, è reso più lieve dall’abbandono alla divina Provvidenza, dallo spirito di fede e dalla fraterna accoglienza che ci attende oltre il mare!
Padri e fratelli ci abbracciano. Amici, signore e religiose, venuti a mostrarci la loro solidarietà, ci salutano un’ultima volta tra le lacrime o con uno sguardo triste che stringe il cuore; promettiamo in cuor nostro di conservarne un ricordo riconoscente.
I curiosi ci guardano: dal grande portone escono ecclesiastici dall’aspetto insolito, esili o corpulenti, vestiti con abiti civili. Saliamo. Si parte!
Parigi comincia a svegliarsi. Al trotto dei suoi robusti cavalli, il cocchiere ci conduce con mano esperta lungo il boulevard Saint-Michel, passando per il Louvre e l’avenue de l’Opéra, fino alla stazione Saint-Lazare.
I passanti ci guardano incuriositi per un istante, poi riprendono le loro faccende, senza aver capito che hanno appena incrociato un gruppo di proscritti. Sui muri dei boulevard leggo al volo queste scritte da teppisti: «Viva Combes! Viva Jaurès! Viva Charbonnel!» Penso agli altri smarriti che il giorno prima, seduti accanto a me sul treno, avevano aperto tra sghignazzi un giornale. La pagina mostrava a grandi lettere nere il titolo: «In piedi contro la tonaca!» Alle mie spalle una coppia cantava ritornelli frivoli. Ancora una volta capii perché siamo trattati da paria nel nostro stesso paese: l’indifferenza si diverte, mentre l’odio colpisce, uccide e si appaga.
— J. Hoëllard
Fonte: Archivi degli Eudisti.

Questa sezione riprende ritratti e racconti della pagina «L’Écho du Labrador Canadien — 2». Non ripete la presentazione dell’originale e della trascrizione.