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Padre Labrie prende possesso della sua parrocchia
Il suo arrivo a Betsiamites, l’apprendimento della lingua e i primi mesi di ministero.
Ascolta · Lettura di padre Jean-Guy Lachance
Leggi il testo: Padre Labrie prende possesso della sua parrocchiaNei primi giorni di settembre arrivai a Betsiamites, seguendo il consueto itinerario: Godbout–Matane, Matane–Rimouski, Rimouski–Betsiamites. Un commerciante del luogo, il signor Côté, con una piccola goletta a motore, la Miller, assicurava un…
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servizio postale e di trasporto passeggeri.
Padre Jauffret, che stavo per sostituire, mi accolse con autentica cordialità fraterna. Per il resto, l’accoglienza fu tutt’altro che entusiasta. In canonica avevo come governante la signora Norbert Lebel, che conoscevo fin dall’infanzia, sua nipote, suo nipote Joseph Blouin e Edmond, fratello di padre Doucet. Gli ultimi due si occupavano della nostra fattoria.
Mi avevano raccomandato di arrivare prima del ritorno dalle vacanze di padre Doucet. Ma al suo rientro padre Jauffret non c’era più e il vicario, che ricopriva quell’incarico da tre anni e aveva imparato il montagnais, mi disse francamente che sarebbe stato meglio se fosse rimasto lui al mio posto. Non potevo che essere pienamente d’accordo, ma tutto era stato deciso contro la mia volontà e padre Lebrun aveva disposto le cose così; per natura, non era un superiore incline al dialogo, come oggi si desidererebbe. Io avrei voluto un anno libero, consacrato interamente allo studio della lingua. Apprezzavo molto la franchezza del confratello e, fortunatamente, la sua grande carità sacerdotale fece nascere tra noi un’amicizia che non venne mai meno.
Eccetto la famiglia Miller, da sempre amica della mia, le persone più influenti del villaggio mantenevano nei miei confronti una riserva glaciale. Compresi che essere del posto confermava il proverbio: «Nessuno è profeta in patria».
Gli Innu mi ritenevano responsabile della partenza di padre Jauffret, che a buon diritto si era guadagnato la loro fiducia e amicizia. Che fare in una situazione simile? Aspettare, sperando che la pazienza e la costanza superassero ogni diffidenza.
Ricevetti però qualche incoraggiamento. Una sera Étienne Adlé, un Mi’kmaq, venne nel mio ufficio. «Non ti preoccupare — mi disse — se gli Innu non ti vogliono bene. Lascia fare a me: conosco te, tuo padre e tua madre. Conosco anche gli Innu. Li riconquisterò, vedrai!» Parlava con grande gentilezza e, mentre si apprestava ad andarsene, mi chiese in prestito cinque dollari. Come rifiutare tanta calorosa cordialità? Quindici giorni dopo me ne restituì sei, accompagnandoli con parole ancora più cordiali e chiedendomene altri dieci, che gli prestai. Dopo altri quindici giorni mi restituì dodici dollari e, con un discorso notevole, finì per chiedermene cinquanta! Nel frattempo avevo imparato a conoscere il mio intraprendente cavaliere e a rendermi conto di quanto dovesse alla Chiesa. Con un’ingratitudine indicibile, ricevette un rifiuto definitivo.
Nel frattempo, del resto, la situazione era radicalmente migliorata.
Per studiare la lingua ebbi due insegnanti straordinari: il signor Georges Rock (in lingua innu, Ashini) e la signora McTavish, meglio conosciuta con il cognome da nubile, Marie Picard. Fin da giovane, il signor Rock aveva fatto da interprete e da cantore principale in chiesa. Aveva sposato una signorina Collin di Mingan, venuta a lavorare come domestica per il responsabile della Compagnia della Baia di Hudson. Ebbero quattro figli: Sylvestre, Georges, Paul e Joseph; i primi tre erano di intelligenza notevole. Paul fu a lungo capo della riserva. Anche le sue tre figlie si distinsero per le loro ottime qualità. All’arrivo a Betsiamites il signor Rock era già anziano, ma conservava una finezza d’ingegno e una disponibilità cordiale che non si dimenticano. Dopo le messe delle grandi feste, secondo una consuetudine antica, mi portava i suoi cantori. Veniva loro servito un bicchiere di vino. Se dimenticavo di riempirlo una seconda volta, il signor Rock se ne andava zoppicando e bisognava richiamarlo per far passare la zoppia.
La signora Marie Picard discendeva da Charles Picard, un Uroni di Lorette emigrato a Betsiamites. Era una donna di intelligenza straordinaria. Parlava un francese impeccabile per correttezza e pronuncia. Il montagnais, una lingua bellissima, nella sua bocca era musica. La sua immaginazione sempre vivace non esitava ad abbellire i fatti che una memoria perfetta le riportava alla mente. Mi dispiace di non aver annotato meglio ciò che ho ricevuto da queste due persone.
L’inverno 1923–24 trascorse così: imparavo la lingua e conoscevo meglio la mia parrocchia e le comunità servite. In estate padre Doucet partì per portare la missione nelle altre riserve lungo la costa. Credo che allora avessi riconquistato il favore di tutti.
Uno dei miei predecessori, credo nel 1914, padre Brière aveva sostituito la vecchia chiesa di padre Arnaud con una nuova chiesa in mattoni. Era bella e spaziosa, ma l’interno non era mai stato completato. Nel 1924 monsignor Leventoux venne per la visita pastorale e presiedette la festa del 15 agosto. Il Consiglio degli Innu si fece portavoce di tutti e gli chiese il permesso di terminare la chiesa, che non aveva debiti. Il permesso fu concesso e la mia inesperienza dovette mettersi al lavoro. Conoscevo un abile capocantiere, il signor Thimothée Landry di Saint-Octave-de-Métis. Lo feci venire; mi consigliò suo cugino, l’architetto Pierre Raymond, che con il socio, il signor Dionne, mi preparò a buon prezzo un progetto davvero bello.
Non avevamo falegnami sul posto. Bisognava farli venire da fuori e a Betsiamites c’erano poche pensioni. La canonica era grande e li ospitammo lì. A fine novembre arrivarono i materiali e gli operai iniziarono i lavori. Proseguirono alacremente per tutto l’inverno e a giugno potemmo mostrare ai cacciatori di ritorno dai boschi una chiesa finita, tutta bianca e fresca sotto la bella vernice, con il pavimento e i banchi lucidati. Per esprimere ammirazione trovavano una sola frase: «Miam waskut», «è come il cielo»! La amarono e se ne presero cura con grande attenzione.

Labrie, N.-A.,Quelques souvenirs (1905–1931), pp. 64–68. Edizione curata da Pierre Frenette. Lettura: padre Jean-Guy Lachance. © Société historique de la Côte-Nord · Riprodotto con autorizzazione.






