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Missionario eudista · Côte-Nord · 1883–1913

La grande avventura di Jean Le Jollec

A trent’anni Jean Le Jollec aveva già attraversato l’Atlantico, raggiunto la missione di Bersimis e raccontato la vita quotidiana in lettere vivaci.

Nato in Bretagna nel 1883, entrò tra gli Eudisti nel 1908 e fu ordinato sacerdote nel 1910. Inviato in Canada nello stesso anno, scoprì una regione immensa, l’inverno nordico e i legami nati durante le missioni. Le sue lettere restituiscono la sua voce, fin nei dettagli più quotidiani.

Ripercorri la sua storia ↓
Ritratto di profilo di Jean Le Jollec

Profilo biografico

Dalla Bretagna alla Côte-Nord

Alcune date aiutano a seguire il percorso di Jean Le Jollec e a collocare le lettere raccolte qui.

Nascita in Bretagna

Jean Le Jollec nasce a Lothey-Landremel, nel Finistère.

Ingresso tra gli Eudisti

Il commence sa formation dans la Congregazione di Gesù e Maria.

Ordinazione a Quimper

Ordinato sacerdote, viene presto inviato in Canada.

Arrivo a Bersimis

Raggiunge la missione sulla Côte-Nord e scopre un territorio in cui gli spostamenti e le stagioni scandiscono la vita.

Una scomparsa che desta preoccupazione

Dopo essersi trattenuto nel bosco, non rientra all’ora prevista. La notizia si diffonde nella regione, finché si scopre che è stato ritrovato sano e salvo.

Marie-Anne e Jean Le Jollec in abito religioso

Partenza dalla Francia

Mio caro papà, mia cara mamma,

Vi racconterò che cosa mi è successo dal 17. Dopo una notte di riposo, mi preparo a partire.
Saluto i seminaristi del Paese e i professori. Alle undici la «Bretonne» salpa e ci separiamo dalla terra di Francia. Il mare è mosso e la nave rolla.

Conosco un sacerdote di Saint-Brieuc che va a Plymouth per studiare l’inglese. Con l’avvicinarsi della sera il mare si agita sempre più. Ecco il faro di Eddystone e le luci di Plymouth: siamo vicini. Madre Claude (Marie-Anne Le Jollec) ci aspetta al molo con madre Sainte-Ursule. Proseguiamo in carrozza fino a Beconfield.

Jean

Photo: Archives des Eudistes, Marie-Anne et Jean Le Jollec

20–31 ottobre 1910 · Il viaggio

Da Liverpool a Bersimis, nell’ordine delle lettere

Jean racconta la partenza in treno, la traversata dell’Atlantico e il suo arrivo sulla Côte-Nord. Le otto tappe seguenti seguono la cronologia esatta del suo racconto.

Fotografia d’archivio del transatlantico Empress of Ireland
L’Empress of Ireland· Foto: Wikipedia
  1. Treno a vapore in una stazione coperta

    Liverpool

    Dopo cena Jean viene accompagnato alla stazione. Il treno parte alle otto; il giorno seguente, dopo un cambio e un’attesa al freddo, arriva a Liverpool e ritrova padre Brézel.

    Foto: Wikipedia
  2. Costa rocciosa vista dalla nave

    Costa d’Irlanda

    La costa è ancora visibile. Il mare è bello e calmo; a bordo Jean passeggia con padre Brézel. In seguito, la notte diventa agitata.

    Foto: Pixhilt
  3. Passeggeri riuniti sul ponte di un transatlantico

    Atlantico

    Il mare è in tempesta e la nave rolla. Jean viaggia con padre Brézel; la telegrafia senza fili comunica continuamente con la costa e con le navi in mare.

    Foto: Wikipedia
  4. Mare agitato visto da una nave

    Stretto di Belle Isle

    Il piroscafo risale verso nord per evitare le correnti contrarie. La tempesta scuote la nave e padre Brézel ne è molto provato.

    Foto: Unsplash
  5. Isolotto al largo nel golfo di San Lorenzo

    Golfo di San Lorenzo

    Si avverte la vicinanza della terra. Jean spera di sbarcare il giorno dopo e di essere ospite del vescovo di Rimouski.

    Foto: Unsplash
  6. Costa innevata lungo il mare

    Côte-Nord

    La costa si estende a perdita d’occhio, qua e là imbiancata dalla neve. Jean scrive che sbarcheranno nel giro di poche ore.

    Foto: Unsplash
  7. Scena d’archivio in un villaggio della regione di Rimouski

    Rimouski

    La nave non può attraccare a Rimouski perché l’acqua è troppo bassa. Jean scende a terra in canoa e, dopo alcuni giorni, riparte verso Bersimis.

    Foto: BANQ
  8. Case di legno nel villaggio di Bersimis

    Bersimis

    Jean scopre il villaggio e le sue case di legno. Comincia a descrivere la missione e le condizioni di vita della comunità.

    Foto: Père Le Jollec

La missione · 1910–1913

La vita nel susseguirsi delle stagioni

Nelle sue lettere Jean racconta gli spostamenti con le racchette da neve, gli incontri, la caccia e i piccoli episodi della vita quotidiana. Questi testi storici riflettono anche il vocabolario e la prospettiva della loro epoca.

Bersimis in inverno, fotografia scattata da Jean Le Jollec
Bersimis (foto di Jean Le Jollec)
Vedi l’originaleFotografia originale del villaggio innevato

Lettere, voci e tracce

Le quattro lettere presentate più avanti sono trascritte dai testi pervenuti. Le versioni complete sono consultabili nelle rispettive schede, con saluto e firma.

Il racconto è accompagnato da fotografie d’archivio. Quando non è stata accertata l’identità delle persone ritratte, la didascalia si limita a descrivere l’immagine.

Leggi le lettere di Jean ↓

Corrispondenza · 1910–1913

Le lettere di Jean

Apri una lettera per leggerne la trascrizione completa. Ortografia e formulazioni seguono il testo originale.

Una nota sulla caccia

Mia cara Marie, mio caro Joseph,

Una nota sulla caccia, se vi va. Ho sparato soltanto cinque colpi di fucile… Le pernici bianche sono arrivate appena cinque giorni fa. Bisogna tenere gli occhi aperti per vederle nella neve. Una volta avvistate, sono facili da prendere, soprattutto all’ora dei pasti. Il momento migliore è la mattina, prima dell’alba. Queste pernici non somigliano alle loro cugine francesi: sono bianche dalla testa ai piedi, con soltanto due o tre penne nere sotto la coda, visibili solo quando volano. Hanno zampe pelose, adatte alla neve, e si nutrono di gemme di salice. In alcune zone arrivano a far morire gli arbusti; perciò non tornano ogni anno nello stesso posto, per non rischiare di restare senza cibo. Quando le vedete fare colazione, vi avvicinate senza cane, naturalmente, caricate, prendete la mira e sparate a quella più vicina. Non pensate che le altre scappino gridando: continuano tranquillamente a mangiare, senza curarsi del lutto che ha colpito la famiglia. Si continua a sparare finché ci sono pernici. Se arrivate presto, non ne sfugge una. Alla fine raccogliete le prede e tornate a casa, se non volete continuare. Gli Innu ne cacciano in gran quantità.

Ieri ho abbattuto le mie prime due. Facevano colazione nel prato che abbiamo nel bosco. Erano le sette del mattino e il sole stava per sorgere. Due Innu sparavano già al gruppo quando ho visto la prima. Ma con quei fucili vecchi di cent’anni, caricati dalla bocca e poi fatti scattare, ho avuto il tempo di sparare e aspettare che li ricaricassero. La prima è rimasta a terra, con il becco nella neve. Mi sono avvicinato e mi sono messo in posizione per prenderne due in un colpo solo. Ahimè, ho sbagliato cartuccia: era una cartuccia per le allodole, mentre le pernici bianche sono molto difficili da abbattere. Le due sono fuggite nel bosco e io mi sono lanciato al loro inseguimento, giurando di non portare più cartucce a pallini, buone solo per il tiro a bruciapelo. Cerco con gli occhi, più che con il naso, e alla fine ne vedo una volare. Guardo ancora e la scorgo nella neve, con il collo disteso. Sparo tra gli abeti; lei lotta contro la morte, poi muore e la raccolgo. Per questa volta basta, torno a casa. Marguerite, l’Innu che svolge così bene il ruolo di padrona di casa, mi chiede se debba suonare la campana per annunciare a tutti la mia impresa. La ringrazio per la premura e le chiedo di aspettare. A mezzogiorno ci hanno servito le pernici arrosto.

Quanto alla selvaggina bianca, ho mangiato anche la lepre: sembra di masticare rami d’abete. Ha un odore forte ed è magra. A differenza dei cavoli, del trifoglio e delle carote, le lepri di queste parti conoscono soltanto l’abete rosso, detto épinette, usato per produrre pasta di legno per la carta. Tra la selvaggina scura, da padre Brézel abbiamo mangiato il «cacaoui» — perdonate la parola — una specie di anatra. Ne passano centinaia al giorno proprio sotto il nostro naso. Non è però molto saporita: si nutre di pesce e sa di olio. Più avanti cercheremo di cacciare oche e otarde con gli Innu: sono grandi e gustose. Se quest’estate non sarò in missione, conto di pescare salmone e trota. Attraversando il fiume per andare da padre Brézel, ho visto una foca, che resta sempre dall’altra parte. Vi ho già detto quanto valgono le pellicce? Una volpe nera si vende fino a mille piastre, cioè cinquemila franchi; una volpe rossa, nove o dieci piastre (quarantacinque o cinquanta franchi). Un piccolo visone, grande come un ratto, vale altrettanto. Il padre del capostazione ha già catturato 35 volpi quest’inverno, credo due delle quali nere, le più rare. Una donna ha preso fino a 1.400 pernici bianche in una sola stagione. Il capostazione ne ha uccise 17 appollaiate sullo stesso albero in venti minuti, il tempo di ricaricare il fucile.

Jean

La zuppa di pomodoro

Carissimi genitori,

Il tempo passa e presto arriverà il momento in cui prenderemo possesso degli edifici di Bersimis. Dico proprio «edifici», perché il resto scompare come per incanto, contrariamente agli accordi. Ma, avendo ricevuto l’ordine di non dire nulla, lasciamo fare, protestando tra noi contro questo disprezzo dei trattati. Presto, e prima sarà meglio, dovremo provvedere alle spese di mantenimento e fornire alla cuoca verdura e carne per i nostri pasti frugali. Probabilmente mi occuperò dell’orto. Ci mancano i semi; perciò vi chiedo la carità di mandarmene di ogni tipo, se ne avete in eccesso: cavoli, carote, cipolle, porri, lattuga, cicoria, crescione, erbe aromatiche, rape, ravanelli, ecc.

Il tempo è sempre bello e freddo. Qualche giorno fa, però, abbiamo avuto una tempesta terribile, di una violenza che da noi non si può immaginare. Il vento soffiava con forza inaudita; molti Innu hanno passato la notte fuori casa, credendo che fosse arrivata la fine del mondo. Padre Brézel si è congelato… indovinate che cosa? Ve lo dico subito, altrimenti non ci arrivereste: la lingua. Tornava da una missione lungo la costa correndo dietro alla slitta e, stanco di avanzare nella neve, ha dovuto imitare i cani tirando fuori la lingua. Gli è andata male: quando l’ha ritirata, era ustionata.

Domenica scorsa siamo partiti presto, attraversando la baia, per celebrare a casa di padre Brézel la nostra festa patronale del santo Cuore di Maria. Padre Petel ha cantato la messa e io ho predicato. Terminati i nostri compiti, padre Brézel — ormai quasi guarito alla lingua — ci ha accolti con grande ospitalità. Forse vi farà piacere conoscere il menu. Le nostre costituzioni prevedono che quel giorno si serva alla comunità un piatto straordinario. Padre Eudes condivideva il pensiero di san Francesco di Sales: nelle feste religiose ci vuole una piccola gioia anche per il corpo. Fedele alle costituzioni, Brézel ci ha servito una zuppa di pomodoro. Come antipasto, uno stufato di lepre bianca; come arrosto, una gallina rimasta sul fuoco almeno cinque ore, tanto era giovane, poveretta! Per dessert, crema al cioccolato senza uova e un dolce di Savoia: non proprio pasticceria di prima qualità. Eppure avevamo l’illusione di essere in festa, e l’illusione è la felicità dei poveri. Siamo rimasti fino alla benedizione, celebrata alle quattro dopo il rosario e la preghiera serale (nei giorni feriali i parrocchiani si riuniscono in canonica per pregare insieme). Ci hanno trattenuti a cena e, per rimetterci in forze, ci hanno offerto un grog al rum: ci ha fatto molto bene quando, appena cinque minuti dopo, abbiamo attraversato la baia con le racchette da neve al chiaro di luna. Nella fotografia allegata potete vedere da vicino come sono fatte le racchette. È assolutamente impossibile uscire dai sentieri battuti senza averle ai piedi. Ieri abbiamo provato a raggiungere una tenda a cinque minuti da qui, ai margini del bosco; il sentiero non era stato battuto. Ho dovuto camminare a quattro zampe per non sprofondare fino ai gomiti, e padre Petel ha dovuto sdraiarsi sulla schiena per liberarsi. Lì c’era almeno un metro e mezzo di neve.

Jean

Padre Brézel annega

Bersimis,

Carissimi fratello e sorella.

Era partito giovedì a mezzogiorno, promettendo di tornare forse la sera seguente, o comunque la settimana dopo. Ma, ahimè, non era passata neppure mezz’ora da quando aveva varcato la nostra porta, che vennero ad avvertirci: padre Brézel era caduto in acqua. Il fiume era ghiacciato, ma non abbastanza; inoltre l’alta marea aveva rotto il ghiaccio in più punti. Dopo una corsa di dieci metri vidi sulla superficie la slitta del padre, un cane davanti e uno dietro, ma di lui nessuna traccia. I cani erano sdraiati. La slitta era ancora lontana, almeno seicento metri. Chi non aveva visto passare il padre diceva che fosse aggrappato al retro della slitta; io però vedevo un solo cane dietro. Dopo mezz’ora, due uomini coraggiosi riuscirono a raggiungere la slitta trascinando la canoa sul ghiaccio: non si poteva certo corrervi sopra come sulla terraferma. Padre Brézel era caduto lì. Altri avrebbero potuto fare la stessa fine. [Leggi il seguito]

Jean

Uomini, cane e canoa sulla neve, fotografia restaurata
Attraversamento in canoa (Biblioteca e Archivi del Canada)
Padre Brézel annega: il seguito

Quale non fu la loro sorpresa quando videro davanti alla slitta una specie di buco nel ghiaccio, dove il padre era caduto. Sul bordo c’erano un paio di racchette da neve e un guanto; nel buco un altro guanto. Del padre non c’era traccia: la corrente lo aveva trascinato via. Da allora lo abbiamo cercato invano. Aveva 43 anni e serviva una missione lunga più di trenta leghe. La sua morte ci lascia nel dolore fino alla prossima primavera. Era originario di Fougères, dove vivono ancora i suoi genitori. Pensava di tornare tra quattro o cinque anni per le loro nozze d’oro e le proprie nozze d’argento. Dio ha disposto diversamente. Era un santo sacerdote, di carità e dedizione illimitate verso i suoi fedeli.

Il ritorno di un missionario scomparso

Mia carissima Jenny,

Ho celebrato la messa per l’anniversario della morte di papà il giorno prima. Il dottore mi aveva proposto di andare a caccia in motoscafo, ma all’ultimo momento non siamo potuti partire. Stanco di aspettare e desideroso di concedermi un po’ di svago, un giorno in cui il raccolto era troppo umido per essere portato a casa, sono partito per il bosco. Erano le otto. Mi sono incamminato con i miei due cani, che fiutavano le pernici, e ne ho prese quattro. La voglia di caccia, l’erba tenera e forse anche qualche diavoletto mi hanno spinto verso il bosco fitto. I cani si sono persi o, meglio, si sono attardati a inseguire la selvaggina. Ho proseguito da solo e, stanco di correre e saltare, ho deciso di passare la notte lì. Avevo fiammiferi, pernici e appetito: in cinque minuti una pernice era spennata, eviscerata e infilata allo spiedo con uno spago.

La pernice si è dorata, ha sfrigolato ed è cotta. La appendo a un abete mentre preparo il giaciglio. Tutto pronto: si mangia. Sono le cinque di sera e fa buio. I cani tornano affamati e divorano le interiora; io assaporo il resto. Dopo la preghiera, accendo un bel fuoco e mi corico. Ma ecco che risuonano le campane e la sirena di una grossa nave lancia un urlo assordante. Capisco che tutto quel baccano è per me. Puoi fischiare, vecchio mio: io non mi muovo. La notte passa e torna la voglia di correre. Sono le cinque e un quarto del mattino. Riprendo la strada attraverso il bosco. Alle nove e mezza sono a Bersimis, per calmare gli animi e mettere a tacere le voci. Eppure il giornale Progrès du golfe de Rimouski continua a occuparsi di me. Appena monsignor Blanche viene a sapere la notizia, telegrafa subito.

Anche i padri di Chicoutimi fanno lo stesso, e non è finita. Diventerò famoso grazie alla mia carabina. Oggi sono andato a caccia di caribù, o meglio, di bestie cornute: ho sparato loro alle zampe per insegnargli a non mangiare l’avena del parroco. E ancora: un padre che sta per tornare dalle vacanze nel Morbihan ci porta un nipote e ce lo offre come domestico. Abbiamo accettato. La cuoca è sistemata per la primavera. E la cosa più straordinaria è che il signor Goudreault finirà preso, mentre credeva di prendere. L’avena è venuta bene ed è maturata come si deve. L’orzo è stato raccolto da quindici giorni. Le patate che cominciamo a dissotterrare sono buone e grandi: quest’anno c’è abbondanza. Ma ho un mare di lavoro e l’irlandese è malato.

Un caro saluto a Louis, a mamma e a Marie.

Jean

17 ottobre 1913 · Stampa locale

«Jean Le Jollec si è smarrito»

La notizia della sua scomparsa ha allarmato i suoi cari e le comunità vicine. IlProgrès du Golferacconta l’episodio nell’edizione del 17 ottobre 1913; Jean descrive il proprio ritorno in una lettera a Jenny.

Ritaglio d’archivio ingrandito dal PDF del Progrès du Golfe; il titolo è «Le retour d’un missionnaire disparu»
«Il ritorno di un missionario scomparso» · ritaglio dal PDF d’archivio della BAnQ